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Archive for ottobre 2010

Mmm…

In questi giorni ho parecchio da fare, sto impegnandomi a lavoro sperando di raccogliere buoni risultati. Si fatica assai avendo scettici e non collaborativi attorno, ma no, non ci si arrende mica. Vero è che i segni della stanchezza e del nervosismo sono chiari e stampati sulla mia faccia, ancor più vero è che per carattere è proprio in questi momenti che, per puri orgoglio e tigna, riesco a tirar fuori una forza ed un’energia che generamente tengo sepolte dentro di me. Perchè io amo la lentezza e il silenzio non mi disturba, non mi metto in mostra e sto un passo indietro agli altri, ho i miei tempi e maturo in pace le mie riflessioni. Il mondo attorno, invece corre, e spesso è necessario diventare un po’ più agguerriti. Ora è il momento di calzare le scarpette ginniche e di aumentare il passo. La cosa mi scogliona, lo ammetto.

E mi scoglionano anche la rete di dinamiche complicate che ha preso la mia vita, le decisioni che adesso non avrei assolutamente voglia di prendere e la presa di coscienza che di battagliare per ogni piccolo passo da fare mi sono stancata. Il mio periodaccio non lo condivido, perchè con il mio periodaccio ho un gran brutto rapporto: me lo studio, me lo guardo, ci rifletto, lo rimetto nel cassetto e poi lo riprendo, lo riesamino e lo odio, lo detesto, lo schifo. E non ne vengo a capo.

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Una Donna, Una Cosa

Stamattina posto parole non mie, tratte dal blog di Beppe Grillo.

Queste parole le ho lette attentamente, rispecchiano il mio dolore, la mia rabbia, il mio senso di vergogna e di schifo; per questo voglio condividerle, perchè siamo in un momento in cui il senso di umanità sembra perduto irrimediabilmente e la violenza nei confronti dell’essere umano e delle donne in particolare ormai assunta come fatto del tutto normale.

Voglio condividerle con voi perchè di queste violenze subite non ci si dovrebbe ricordare solo in casi orrendi come quello di Sarah, di questa povera bambina (perchè di una bambina e non di una donna si tratta), ma quotidianamente. Perchè nessun uomo dovrebbe permettersi mai e in nessun caso mancanze di rispetto nei confronti di una donna e nessuna donna scusarle, svilendo se stessa, umiliandosi, accettando il ruolo vergognoso e basso che la società le ha ritagliato addosso.

L’Italia e lo zio di Sarah

Disoccupata, precaria, troia, vergine stuprata, ministro promosso per l’aspetto, per il culo, ma anche la bocca aiuta, costretta ad accettare avances sul lavoro, preda delle voglie di parenti e delinquenti, uccisa da zii, mariti, amanti, ex compagni, buttata sulla strada da magnaccia, introdotta nei letti dei potenti come una regalia per acquisirne la condiscendenza. Extracomunitaria e minorenne, a migliaia, quasi bambine, carne fresca sui viali di tutte le città, facile conquista di padri di merda e di famiglia nell’indifferenza totale. Miss Italia che mostrano la loro mercanzia in prima serata, ragazze di cui non si ricorderà il sorriso, lo sguardo, ma soltanto il seno, i lombi, l’incavo delle cosce, vallette con i fili interdentali nelle chiappe in tutti i programmi televisivi, seminude anche nella notte di Natale, merce gratta e fotti, a disposizione degli italiani, inconsapevoli aspiranti puttane del piccolo schermo. Sottopagata, quota rosa, residuale, marginale, esclusa dalle scelte, dalla politica, senza diritti civili se non benedetta dalla sacralità del matrimonio, senza una pensione anche se moglie di fatto per una vita, senza asili, senza spazi verdi per i suoi figli, perché i figli sono delle donne, quasi sempre. Corpo e non persona, buco e non spirito. Oggetto di modernariato con labbra a canotto e zigomi da lupa, in vecchiaia simile a una maitresse di antichi bordelli. Plasmata dalle necessità e dal trionfo del membro maschile, signore e padrone della sua vita. Non più persona, ma oggetto, che si può usare, prestare, strangolare, possedere. Un transfert di massa l’ha trasformata da essere vivente a cosa di comune disponibilità, accessibile, che non può negarsi, non ne ha più il diritto. Proprietà privata, ma anche pubblica, da strangolare in caso di rifiuto, nella scala sociale appena al di sopra una bambola gonfiabile, da possedere anche dopo la morte, perché una cosa non è viva e non è morta. E’ solo una cosa, una donna, nient’altro che una donna.

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