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Archive for agosto 2010

La vacanzina è durata 7 giorni ed è stata bella, divertente e riposante. I giorni che separano la data di oggi da quella del mio ritono dalle splendide terre selvagge sono stati l’apocalisse tra lavoro, famiglia-comunidad, cane, questioni sentimentali di vario genere e acrobazie organizzative dentro e fuori la microcasa. Insomma, quasi tutto quel che poteva accadere è accaduto. E del relax faticosamente conquistato restano pocche goccioline. Non ho avuto tempo di scrivere un po’ per raccontarvi e ora che ho il tempo non racconterò i fatti, ma semplicemente la sensazione di questi giorni: il disorientamento da un lato e la consapevolezza dall’altro. Un disorientamento che è l’ultimo baluardo dell’incoscienza; la consapevolezza del fatto che quel disorientamento è soltanto una scusa per rimandare la necessità di affrontare cose che ho spinto a forza dentro i cassetti tra calzini, magliette e altre cose che faccio quotidianamente finta di dimenticare.

E’ un ciclo, credo. La necessità di ricostruirsi e di fare pace con un bel po’ di mostri, intendo. Ogni tanto bussa alla porta e tu sei troppo sminchionato per aprire, perchè lo sai bene che appena si schiuderà uno spiraglio ti toccherà svuotare tutti quei cassetti, aprire le finestre e già che ci sei lavarle e sarà normale che appena finito ti cadrà l’occhio su mille altre cose da incollare, spolverare, riprendere per poi ancora gettare e alle quattro di notte sarai in piedi, sveglia come uniperattivo grillo cocainomane con ai piedi l’intera casa smontata in tanti piccoli pezzi. Quella casa che sei tu.

E allora ho cominciato dal contorno: l’altro giorno ho comprato un nuovo mobile per la cucina, un mobile dove ci stanno tutte le cose che non ne potevo più di veder sparse nei pochi metri quadri che ho a disposizione, quel mobile che nella mia personale commedia dovrebbe salvarmi dal caos esistenziale. Ci passo davanti a quel rassicurante mobile bianco e lo osservo con compiacimento: potrebbe contenere ogni cosa, solo a volerlo. E ci metto dentro tutto quello che finora tenevo in equilibrio sulla punta delle dita. E guardo attraverso la vetrina i piatti blu, la teiera cinese e i bicchieri di mille colori, neanche fosse una scatola magica, neanche mi salvasse dai danni commessi dalla mia impulsività.

Quel mobile bianco lo sa e anch’io lo so, la soluzione non è questa. Ma per ora non so trovarne altre. E trovo il posto per una tazzina ancora.

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