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Archive for gennaio 2010

Per Non Dimenticare

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »

Con queste parole Eliezer Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace nel 1986, descrisse in quello che è considerato il suo capolavoro, “La notte”, il suo arrivo ad Auschwitz.

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Che Amarezza…

Le scimmie predicarono l’ordine nuovo, il regno della pace. E tra i primi entusiasti furono la tigre, il gatto e il nibbio. Poco a poco, tutti gli altri animali si convinsero. E fu un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana. Ma un giorno il topo, urbanamente scherzando col gatto, si trovò rovesciato sotto le unghie del recente amico. Capì che la cosa si metteva come per l’antico. Con tremula speranza ricordò al gatto i principi del nuovo regno. “Si”, rispose il gatto, “ma io sono un fondatore del nuovo regno”. E gli affondò i denti nel dorso.

                                                       Leonardo Sciascia, “Favole della dittatura”

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Sbrino Ergo Sum

Ieri sono stata gran parte del pomeriggio con la testa infilata nel freezer nel tentativo di sbrinarlo in tempi umani. Armata di pazienza e cucchiaio ho grattato via il ghiaccio e raccolto la neve in una ciotola con pazienza e abnegazione, fatto i fumetti con l’alito, imprecato anche, con le dita ormai rosse ed insensibili.

Si, il mio approccio allo sbrinamento è stato alla Bruce Willis, ma ha favorito anche il movimento del neurone che doveva pur scaldarsi facendo due o tre flessioni ed una riflessione: mi sento molto bene. E mi sento molto bene perchè sto facendo pian piano un po’ di posto per me togliendone al superfluo. Come con il ghiaccio che aveva invaso il freezer. E credetemi respiro già un po’ meglio, che a forza di compiacere ed accontentare gli altri e voler andare bene e piacere a tutti e aver tempo e attenzione per ognuno che me ne chiedeva, stavo diventando un distributore a monetine. Di sorrisi, consigli, buonumore e altruismo. Ma mica ero contenta. Forse ero solo stupidamente ed insensatamente compiaciuta di me stessa. Che poi perchè, che neanche arrivavo lontanamente alla perfezione, che nemmeno salvavo il genere umano, che non riuscivo neanche ad essere contenta di me e di quello che facevo? Io mi sono resa conto molto lentamente che quello che ero convinta mi piacesse essere in reltà non solo non lo ero affatto ma neanche mi sarebbe piaciuto davvero; l’ho capito pian piano che il giudizio del prossimo su di me difficilmente avrebbe influenzato il mio, rendendolo meno esigente; ci sono arrivata a forza di capocciate al muro a capire che tutta quell’energia spesa a dimostrare agli altri quanto io valessi e meritassi non era affatto costruttiva, anzi mi indeboliva spostandomi dal centro ogni volta.

Quando, come il ghiaccio, la disattenzione per me stessa è diventata una coperta solida, spessa e resistente, allora per un po’, io lo ammetto, ho perso di vista un bel po’ di cose importanti. Prima tra tutte il contatto con quello che sono e che desidero. Perchè se quello che vorrei per me posso anche correre il rischio di non  riuscire ad ottenerlo nella vita, quello che sono è necessario per me capirlo sempre di più e lavorare sodo per andarci d’accordo almeno un po’ più di quanto io abbia fatto finora.

Di tutto questo noiosissimo ed introspettivo pistolotto, traete un saggio suggerimento: domenica prossima sbrinate il freezer, che l’esperienza potrebbe regalarvi pensieri inaspettati, si si.

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Pare che il ministro della Funzione pubblica Brunetta sfiderà Massimo Cacciari per la poltrona di sindaco di Venezia. Dopo un brivido di terrore che percorre schiena e cervello, entrambi miei, mi domando: ma quella stronzetta di Biancaneve poteva mica pensare di disfarsi di Brontolo e adottare Renatolo, facendo un gran piacere all’intera comunità?! Egoista, per punizione una mela al giorno! …E che solo io devo soffri’!

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Forse è così che si sente uno sportivo a quattro passi dal traguardo, a quattro bracciate dal bordo. Il traguardo lo annusa, lo vede, riesce a percepire il suo piede che atterra sul bianco, la sua mano che raggiunge il marmo. Il suo corpo attraversa l’aria, fende l’acqua, si sposta a fatica e senza peso insieme. Non pensa. Va e basta.

E’ tornata a farmi visita l’emicrania, mi ha detto, la maledetta, ti accompagno. Io le ho risposto ora non posso, ora ho da fare, mi serve tutta l’energia. Lei, impassibile, ti accompagno lo stesso. Per due giorni è stata il mio cappello incollato, il mio pensiero bloccato, il mio occhio annebbiato.

Non corro, non nuoto, ma lo stesso percorro, mica mi fermo, magari rallento solo un po’ a tirare il fiato.

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Tutta Un’Altra Musica

Desidero che il venerdì sia all’insegna di un sorriso intero, o mezzo almeno, suscitato da qualcosa di positivo. Il fatto piacevole di questo venerdì è un libro che ho appena finito di leggere (lato zuccheroso dei fine settimana piovosi), che è “Tutta un’altra musica”, l’ultimo romanzo di uno dei miei scrittori preferiti, Nick Honrby. Lo consiglio. Per la leggerezza di cui è capace questo signor scrittore, una leggerezza che è grandissima dote per chi scrive, come sottolineava un altro signor scrittore di nome Italo Calvino. Ma lo consiglio soprattutto per la capacità di far riflettere sulla sciocca tendenza della maggior parte delle persone a prendersi esageratamente sul serio. Una perdita di tempo che distoglie dal vivere.

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Un Pizzico Di Forza

In questo giovedì che sa di lunedì vorrei che le cinque arrivassero adesso, che non ce la faccio più a stare con gli occhi appiccicati al piccì. Vorrei andarmene via svelta svelta da qui e fare tutti i miei giretti con calma, che ho mille progetti e desideri da realizzare nel prossimo tomorrow. Oggi di bello c’è che sono arrivate un po’ di telefonate dagli amici belli e cari che forse sanno avvertire il momento preciso in cui ho bisogno di sentirli vicini, di sentirli famiglia e punto fermo. Una bella sensazione, quella di non aver bisogno di spiegare granchè, perchè il loro affetto non domanda niente al mio. E allora sono contenta, che riesco a resistere fino alle cinque anche con il mal di testa sibilante e gli occhi che ondeggiano.

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La calunnia è un venticello
Un’auretta assai gentile
Che insensibile sottile
Leggermente dolcemente
Incomincia a sussurrar.
Piano piano terra terra
Sotto voce sibillando
Va scorrendo, va ronzando,
Nelle orecchie della gente
S’introduce destramente,
E le teste ed i cervelli
Fa stordire e fa gonfiar.
Dalla bocca fuori uscendo
Lo schiamazzo va crescendo:
Prende forza a poco a poco,
Scorre già di loco in loco,
Sembra il tuono, la tempesta
Che nel sen della foresta,
Va fischiando, brontolando,
E ti fa d’orror gelar.
Alla fin trabocca, e scoppia,
Si propaga si raddoppia
E produce un’esplosione
Come un colpo di cannone,
Un tremuoto, un temporale,
Un tumulto generale
Che fa l’aria rimbombar.
E il meschino calunniato
Avvilito, calpestato
Sotto il pubblico flagello
Per gran sorte va a crepar.

Rossini – Il Barbiere di Siviglia

Eh. E pensate che queste parole che rendono perfettamente l’idea di quale cosa zozza sia la calunnia, le ascoltai per la prima volta alle scuole medie con il mio insuperabile prof di musica. Un personaggio che non scorderò, una di quelle figure mitiche che per sempre resteranno impresse nei miei ricordi più cari. Ora quell’ometto col bastone, pronto a ridere persino delle sue più nere sfortune e che si trasformava in un ragazzino quando si sedeva al pianoforte a cantare a squarciagola e tutti noi giù a ridere con lui, non c’è più. Ma resta di lui un grande insegnamento: il rispetto per il prossimo.

Queste parole che ci fece ascoltare con leggerezza, con il trascorrere degli anni hanno assunto un sapore diverso e molto più amaro, ma hanno saputo insegnare tanto. Il grande professor C. era uno che non badava alla forma ma andava dritto al contenuto, era uno che parlava chiaro e sapeva guardare dritto negli occhi, uno che capiva ed intuiva parecchio; ma la sua dote migliore era la gentilezza che sapeva conservare in quello sguardo fisso, in quella parola sincera, la capacità lieve e rara di dire la verità senza offendere o dare dispiacere.

La calunnia, il pettegolezzo, la maldicenza, sono le scorciatoie più facili e piane: perchè sputare una sentenza o tentare di sputtanare qualcuno è di gran lunga più semplice e meno impegnativo che porsi delle domande su se stessi e cercare di vedere le cose in modo obiettivo; la calunnia ti mette al riparo dall’incapacità di trovare il coraggio di uno sguardo da sostenere; ti pemette di lavorare in ombra se non hai palle a sufficienza per affrontare una situazione o una persona.

La calunnia è per i poveri di spirito, di coraggio e di personalità, questo è quello che mi ha insegnato il prof C., la calunnia la usano i vigliacchi e alla calunnia prestano orecchio i meschini.

Eh si, perchè se c’è un altro ruolo forse ancora più infido del calunniatore è quello di colui che la calunnia la riporta, offrendoti questo piatto sussarrando che lo fa perchè ti è amico. Il mio saggio prof avrebbe vivamente disapprovato questa condotta e oggi disapprovo molto anch’io.

Se ho imparato fin da ragazzina a non servirmi della maldicenza e del pettegolezzo ma a parlare occhi negli occhi, un grande difetto mi è rimasto incollato addosso: quello di essere sincera ma eccessivamente dura e severa, di non avere la gentilezza ed il garbo che aveva con tutti il dolce vecchietto che mi insegnava le note e le chiavi di violino. Questo non l’ho ancora imparato, ma è mio desiderio riuscirci, per riuscire a far arrivare la forza del contenuto più che quella della forma sbagliata che cancella del tutto il primo.

E tornando a ciò che dicevo nel mio post di ieri, tornando al grande lavoro che ho cominciato a fare su di me per vivere meglio, comunico di aver cancellato dalla mia mente le gentilezze dette sul mio conto e la gentilezza di chi ha avuto l’idea di riportarmele; comunico di volerci passare sopra perchè, in fondo, oltre ad essere delle grandi sciocchezze, mi sono convinta che quelle cose non siano state nè dette nè riportate con l’intento di ferirmi.

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Anno nuovo cominciato alla grande, con uno dei primi 31 dicembre senza l’ansia del “quantisiamo chefacciamo doveandiamo cidobbiamodivertireperforza dobbiamoesserealmenoincentomilasevogliamofareunbelfestone”: senza tutti questi pensieri è stato un capodanno piacevolissimo, divertente e facile, proprio quello che fa per me. E poi il primo we di gennaio me ne sono andata con lui lontano dalla città a trovare un po’ di persone belle e carissime, in un posto dove si annusa aria di neve, alberi e animali.

E’ stato un ottimo modo di cominciare l’anno, all’insegna di un proposito saggio: quello di prendere dai giorni che verranno soprattutto il positivo, curandomi meno delle cose che piacevoli sono un po’ meno. Ho ricevuto un consiglio di cui farò tesoro: lasciati scorrere le cose addosso, vedrai che vivrai decisamente meglio. E sono certa che sarà così, del resto focalizzarsi su comportamenti fastidiosi o su situazioni stupide non è il massimo della vita, nè serve ad imparare granchè. In questi ultimi mesi ci ho lavorato molto e qualche volta ci sono riuscita: avere cura di se stessi, esporsi meno ai colpi, non è cosa facile, ma si può imparare come quasi tutte le cose. Se riuscirò a dare meno peso alle stronze meschinità della gente, ai giudizi superficiali e sommari, alla cattiveria e l’invidia di tante persone, credo proprio che realizzerò il proposito più importante di questo 2010 facendo un grande regalo a me stessa. Del resto credo di essere abbastanza positiva, fortunata e forte del bene che ho dentro e intorno, da poter riuscire a rispondere con un sorriso disarmante, o almeno con sana e superiore indifferenza, alle frecce avvelenate che, come a tutti nella vita, si conficcano casualmente mai in pieno petto, ma sempre tra le scapole, spesso anche senza motivo alcuno. Riuscirò a passare oltre e allora saprò con soddisfazione di essere diventata ancora migliore.

Qualche aggiornamento. Di cose senza prezzo in questi giorni ce ne sono state altre: assaporare le pagine di un libro con la tranquillità che tanto mi mancava ultimamente, attraversare per parecchi giorni la città senza metterci due ore per arrivare a lavoro, non inviare nè ricevere decine di sms di auguri sdolcinati per natale e capodanno ai quali rispondere con impegno ed abnegazione.

Mi sembra già un’ottima base per cominciare l’anno, si si!

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