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Archive for dicembre 2009

Il Rumore Delle Mani

Il laboratorio delle tre erre continua … anche se i miei compagnucci di viaggio sono ormai latitanti. Io, però, non demordo e sono convinta che riuscirò a farli rientrare (… o meglio entrare!) nel progetto partorito in quella entusiasmante città chiamata Barcellona. E allora sogno una stanza luminosa per questo laboratorio, un angoletto dove io possa tagliare, appiccicare, cucire , appendere e modellare in pace, un laboratorio che sappia di speranza per il futuro e che odori di idee creative. Ma soprattutto un posto in cui si possa lavorare insieme a qualcosa di utile e del quale io riesca a vedere un risultato materiale, un frutto nato dalla mia mente, dalla mia voglia e dalle mie mani. E’ una bella soddisfazione appassionarsi a qualcosa, ma lo è ancor di più quella di riuscire a farlo insieme ad altri, in un progetto comune, anche se ancora piccolo e stentato. Io voglio provarci, si!

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Caro Babbo, Barattiamo…

Caro Babbo Natale,

stamattina alle 6,45 è suonata la sveglia ed io pensavo fosse uno scherzo. Di quelli poco simpatici. Invece no. Sei passato tu e sono passati anche quei piccoli anzi minuscoli tre giorni di festa. E vabbè. Comunque, lamentele a parte per l’amaro rientro, volevo dirti grazie, soprattutto per le notizie confortanti che mi hai portato e anche per i libri che sto già leggendo e che sempre apprezzo ricevere in dono.

Ora, caro Babbo, raccolgo un bel po’ di energie che servono per ripartire di corsa verso gennaio e vedrai che se mi impegno riesco anche a fare qualcosa di buono. Che mi ero un po’ persa d’animo nelle ultime settimane, e tu lo sai bene (i miei rodimenti erano arrivati fino al Polo mentre tu, pacioso e barbuto, impacchettavi ed infiocchettavi davanti al caminetto scoppiettante), ma ora mi sento un po’ più fiduciosa. Dai, Babbo, facciamo che tu mi fai un altro piccolo regalino il giorno che sai e io, prometto, mi impegno a non fare mai più la stronzarpiafrantumacoglioni.

… ci stai?

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L’attesa consuma.

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E così in America scoprono il molleggiato. Si, si Celentano in questo giorni è diventato famosissimo anche negli USA, merito di un blog che ne osannava la genialità e lo definiva il precursore del rap, e che ha portato migliaia di ragazzi ad appassionarsi a questo cantante italiano.

Mi vengono in mente parecchie cose, la maggior parte belle, legate al signore di cui parlo. La prima è che a me Celentano piace molto. La seconda è che a me Celentano piace molto da quando avevo cinque anni, età in cui cominciavo ad intonare: “Riempitemi il bicchiere, mi sento giù di corda, l’avete già capito: lei mi ha lasciato…e voi ballate, e voi ballate, ballate ancora…”, parole che dette da una cinquenne sono davvero significative.

Celentano mi piaceva da matti e mi piaceva da matti mio padre che cantava “E’ ancora sabato”, una delle mie preferite, quando ancora mio padre cantava spesso e si autoregistrava ed avevamo in casa il pianoforte. Che “poi domani è festa e sarà quel che sarà” era una citazione di Leopardi e mica poteva ancora capirlo, ma già mi metteva una struggente malinconia adosso. I miei avrebbero dovuto capire il legame che aveva questo con le mie insonnie della domenica sera.

Celentano.

Celentano con alcune canzoni mi ridipinge di fronte l’infanzia, quando vedevo in tv la sigla di non so di quale programma del sabato sera (forse Fantastico?) con l’orologione gigante da cui usciva lui avvolto da un cappotto svolazzante “Era un giorno gelido d’inverno quella notte…il freddo penetrava fino dentro alle calzette, mentre perdevo la mia vita dentro un piccolo ingranaggio…” e io ballavo come una pazza davanti alla televisione, per poi andarmene a dormire soddisfatta. E ogni volta che eravamo in macchina facevo mettere la cassetta a mio padre che me lo aveva fatto conoscere, perchè anche a lui Celentano piace, ma sempre meno di Don Backy, che io ho scoperto molto dopo e mi ha fatto pure piangere.

Celentano mi ricorda la mia infanzia che se chiudo gli occhi ne sento il sapore; un’infanzia bellissima, davvero lo dico, piena di colori e di musica e soprattutto della mia fervida immaginazione lasciata correre liberamente da due genitori giovani ma soprattutto intelligenti che mi hanno sempre tenuto la mano in modo spensierato. Ho giocato tantissimo e inventato soprattutto, sono stata una bambina che costruiva macchine volanti di cartone e registrava favole di marinai con papà, che disegnava quasi solo le persone e sorrideva contenta appena sveglia. Un’infanzia che è un tesoro, che quando ne emergono pezzetti mi rende ancora felice, un’infanzia incastonata nel mio sguardo capace di sorprendersi di molto ancora oggi.

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Qualche aggiornamento ci voleva, perchè il blog non è morto e neanche sospeso. Ma sono stati giorni di lavoro intenso dentro e fuori, di pensieri e anche di preoccupazioni, che qui sopra non ho la capacità e spesso neanche la voglia di riversare. Eppure questo blog mi serve e mi aiuta e ho scoperto che mi fortifica anche. Come tante altre cose che mi stanno capitando in questo momento.

Se dovessi descrivere il mio stato attuale, direi “un fascio di nervi”, scoperti per giunta, ipersensibili. E questo non aiuta a prendere decisioni lucide e neanche ad autovalutarmi. Ma so accettarmi più di prima, almeno. Anche se intorno a me molte cose cambiano e le ferite che non credevo esistere, invece bruciano. Anche la mia scrittura pare mozzata, tagliata a colpi d’ascia, ma ho la volontà di riprendere in mano tutti i fili e di recuperare un po’ dell’equilibrio che adesso, pericolosamente vacilla e mi fa vacillare. Sto strappando via parecchio e quando strappo io non devo pensare, devo essere più vuota possibile, che altrimenti non ce la faccio.  Ed essere vuota di tanto per me è una battaglia faticosa.

Ma ci sono anche parecchie cose positive da dire: come l’officina del guerriero, a lavorare alacremente è anche il laboratorio delle tre erre (per le foto è ancora presto, però); e poi ci sono gli amici, soprattutto quelli nuovi, quelli conosciuti durante questi ultimi mesi. E quest’ultima è una cosa rara, perchè riuscire ad incontrare persone che, istintivamente, senti molto vicine e care è davvero prezioso, è un seme da coltivare pazientemente. Di questo sono felice, questo mi tiene salda in piedi, perchè so di meritarlo davvero, so che in questo sta il mio premio.

E c’è un compagno di viaggio che mi riacchiappa in tempo quando esco di strada. Che la mia è una dichiarazione d’amore grandissima anche se così non suona, ma lui lo sa bene anche quello che non riesco a dire come vorrei.

E tutto questo ha un peso infinitamente più grande di tante altre stronzate che sono solo contorno.

Fanculo alla negatività.

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Il mio amico fratello da un anno si è trasferito in una città lontana … ma che dico lontana, lontanissima. Così lontana che mi dovrei costringere ad ore ed ore di aereo per andarlo a trovare. E mi manca parecchio. Il suo modo silenzioso di essereci e non esserci, il suo modo pacato di reagire, la sua capacità di stemperare le mie ire funeste. Ci sentiamo si, ma non è lo stesso. Perchè lui non è un amico qualunque, è il mio amico fratello. E’ un pezzo di cuore, un’infanzia ed un’adolescenza condivise, un pezzo di famiglia. Quando ha deciso di partire sono stata contenta per lui, ma ci ho dovuto lavorare parecchio, perchè il primo egoistico pensiero è stato: “E adesso senza di lui come faccio?”. Mi mancano le nostre chiacchierate e anche le nostre discussioni nelle quali ero soltanto io a prendermela, il fratello che è per me.

Insomma oggi ho un po’ di magone, anzi ho quell’ovosodo del quale si parlava nel bellissimo film intitolato così. Un ovosodo che non va nè su nè giù e resta piantato tra lo stomaco e il cuore. E col quale bisogna imparare a convivere.

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“Ogni volta che compri un prodotto chiediti in quali condizioni è stato lavorato e fai del tuo consumo un momento di libertà per te e per chi in quell’oggetto ha messo se stesso e la sua fatica”, Alex Langer.

Con questa frase saggia comincia in interessante libriccino dell’Associazione Gaia, “Piccola guida al consumo critico” che i due abitanti della microcasa hanno acquistato una domenica mattina piena di sole e di progetti creativi ed ecosostenibili. In questa ed altre letture simili alle quali da un po’  di mesi lui ed io ci siamo appassionati,  si parla di  cose importanti e sulle quali quotidianamente riflettiamo, perchè è bene e perchè ormai si deve proprio. Rispettare l’ambiente e i diritti, cercare di vivere pensando alla qualità di ciò che si respira e che si ha intorno. Succede che ci appassioniamo sempre di più e allora la microcasa non solo si riempie di cesti e cestini per la racolta differenziata che è il minimo, ma cerca anche di farsi venire un po’ di idee creative. Le prime sono state belle, anzi bellissime, ma poco praticabili. Poi, però, provvidenziale, giunge il viaggio a Barcellona, che non solo ci rapisce di colori, ma anche di idee nuove in merito. I colori e l’armonia che si respira sono stati l’ispirazione per la nostra ultima idea: il laboratorio casalingo delle Tre Erre (che come il titolo di quella canzoncina orecchiabile di un bellone che circolava tempo fa e che al momento non ricordo come si chiamasse, sta per RIUSO, RIUTILIZZO, RICICLO), partito qualche giorno fa. Uno sorta di gioco che ci diverte: riciclare ciò che si ha e non si usa più o che normalmente getteremmo in uno dei nostri contenitori differenziati, trasformandolo in un altro oggetto che riesca ad essere utile o almeno bello da vedere. In fondo una cosa che fanno in moltissimi, come abbiamo avuto modo di notare con gioia  girando per i siti che parlano di questo e parlando con le persone che incontriamo quotidianamente. Ma un’idea che ci appassiona e diverte, se non fosse per i primi, agghiaccianti, risultati ottenuti (ci vorrebbe un filmatino, o almeno qualche foto…vedremo di attrezzarci!). Questi esperimenti miglioreranno, sono convinta, intanto ci dilettiamo a filare buste (oggi risultato discreto!) e sventrare bottiglie di plastica (ecco, questo ancora ci riesce pochino e maluccio!) e a ridere parecchio.

Si, lo so che avevo creato in voi grandi aspettative, dunque siate clementi: anche se piccola e non originale, trovo che questa idea sia positiva e possa diventare utile se coltivata con pazienza, divertimento e creatività che fortunatamente non ci manca. E visto che vi siete dimostrati valenti consiglieri nel caso di Barcellona, vi chiedo se anche stavolta avete consigli o suggerimenti da darmi: anzi, se tra di voi ci fosse (e non ne dubito affatto) qualche riciclante riciclatore creativo disposto a condividere qualche bella idea, io sono qui a braccia aperte come al solito!

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