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Archive for novembre 2009

Raccolto E’ Il Titolo

Invece di rispondere ai vostri simpatici ed utili commenti, scrivo a tutti voi un post su questa città che ho conosciuto, per quanto si possa conoscere qualcuno o qualcosa in tre giorni soltanto.

Barcellona mi ha rapita per tante ragioni. Quella che prevale su tutte credo che sia la vitalità che si respira nelle sue strade, nella sua gente, nelle sue mille e più espressioni. Una vitalità, un’energia, una voglia di vivere e di godere della vita immensa e soprattutto un mescolamento che mette voglia di tuffarcisi pienamente ed assorbire tutto ciò che si può. Ci ho visto slancio e speranza in questa città, brio e lentezza, infinita bellezza e colore ovunque. Ci ho visto piacere del vivere e giovinezza allegra. Ci ho visto sorrisi allegri e gusto per gli occhi e la pancia, spiritualità lieve e bianca come piuma, gesti densi e pieni e tondi. Ho visto il mare dove c’era e no, perchè il mare ondeggia anche nel ventre della città, nelle sue pieghe che pulsano di mistero per poi aprirsi improvvisamente svelando agli occhi il segreto di una storia affascinante.

Di Barcellona hanno scritto e dipinto, su Barcellona hanno combattuto e danzato.

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Le Cinque. Finalmente

Finiti di impilare libri polverosi, spacchettati e prezzati quelli nuovi odorosi di colla, spostate mensole e tavolini traballanti, imballati mille e più scatoloni per la fiera dell’editoria, confezionata e riempita di libri dimenticati una meravigliosa scatola con l’etichetta “A metà prezzo” che, lo so, renderà felice qualche avventore squattrinato come la sotoscritta, il buio si è appiccicato ai vetri della libreria e le cinque, finalmente, sono arrivate. Vado a casa a fare un bagaglio piccolo e saggio e domattina parto felice con i vostri consigli ripiegati in tasca e la voglia scalpitante di riempirmi gli occhi di cose belle.

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Vi chiamo tutti a raccolta, amici della blogosfera! Dopodomani parto per Barcellona per trascorrere quattro meravigliosi giorni all’insegna dell’arte e del divertimento. Non avendo mai visitato questa città, sono proprio curiosa di ricevere da voi giramondo qualche prezioso consiglio in merito…che a me le guide sono antipaticissime e preferisco sempre affidarmi al passaparola capace di riservare chicche preziose ed inaspettate.

Dunque, eludendo pure il già risolto nodo del pernottamento, a voi la parola!

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Psicologia Del Pollo

La cucina non è assolutamente il mio terreno preferito. Ma ci sto quasi prendendo gusto. Allora ci provo e ci riprovo. Mica sempre con risultati soddisfacenti. Per esempio, il pollo alla cacciatora che sto tentando stasera. Questo pollo ha un buon odore, ma l’aspetto è inquietante davvero. Un incidente in una pentola, che io guardo dall’alto, dubbiosa e perplessa. E’ piuttosto appiccicoso e nerastro di aceto balsamico…forse ho esagerato con quello. Ma mi hanno detto che ci va. E io ce l’ho messo.  Abbondante. Poi ho cominciato a guardarlo e a metterci amore nel mio sguardo…che se lo cucino con passione e buona disposizione d’animo forse il pollo non si ribellerà alla mia volontà. Questa è la mia speranza.

Questa è la serata della cena psicologica.

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Oggi sento di voler condividere con voi alcune riflessioni su questa notizia.

http://www.repubblica.it/interstitial/interstitial1787210.html

Sebbene io trovi ogni mio commento in merito a dir poco scontato, non posso evitare di dire che in un paese che possa dirsi “civile”,  situazioni come quella denunciata dall’articolo che avete appena letto non possono essere assolutamente tollerate. E infatti nel nostro di paese, che civile non è, tutto diventa se non tollerato, almeno tollerabile. In un paese come il nostro si è ancora abituati a pensare che i problemi, chi ha avuto la sfortuna di averli più complicati degli altri, debba risolverseli per conto proprio, magari facendo affidamento a strutture private, e se non se le può permettere allora che si fotta pure, tanto non è cosa che ci riguarda. Perchè il bambino o la bambina con difficoltà di apprendimento, il bambino o la bambina con ritardo mentale o con handicap fisico, non sono figli miei. E allora si può dispiacermi se qualche incompetente ha deciso di togliere loro la possibilità di faticare un po’ meno di quanto potrebbero, ma in fondo pazienza…

Io dico PAZIENZA UN CAZZO. Perchè anche se quel bambino o quella bambina non sono figli miei, la cosa mi tocca comunque in prima persona. Perchè è schifosa, ingiusta  e mi fa vergognare.

E mi chiedo: dove sono tutti i cattolici di questo bel governo pronti a battersi il petto e a difendere le radici cristiane della nostra Costituzione non appena qualcuno osa, ommmmiodddiosacrilegiosacrilegio, minacciarle?! Dove sono quei moralizzatori che parlano di Dio, Patria e Famiglia neanche fossimo ai tempi delle Crociate?! Come mai questo non li fa indignare, disperare, protestare con veemenza?!

Io dico che invece di sentirsi derubati di un crocifisso, sarebbe più sensato chiedersi se il problema sia davvero un simbolo ormai spogliato di tutto il suo senso. Perchè Gesù Cristo su quella croce ci è finito per un motivo. E quel motivo è stato svilito, strumentalizzato e poi del tutto dimenticato. Vivere tenendo impresso nella mente quel motivo, infatti, ci imporrebbe di portare un peso infame: quello della nostra pochezza, dell’estrema inadeguatezza, della nostra infinita indifferenza. Quel messaggio in cui sarebbe così confortante credere sarebbe troppo pesante da realizzare. Meglio voltarsi dall’altra parte, allora, meglio parlare del maledetto nemico che ci sta colonizzando, piuttosto che preoccuparci degli errori enormi che stiamo compiendo in primo luogo sulla pelle di chi ha meno forza per ribellarsi e far sentire la propria voce.

Penso che sarebbe più umano e persino più cristiano battersi per tenere in classe un insegnante di sostegno che un crocifisso appeso al muro.

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Il mio cervello non è multitasking. E di questo non ho mai faticato a farmene una ragione. Infatti, oltre a non essere una mia peculiarità, non è neanche una mia pretesa quella di pensare e fare mille cose insieme. O meglio, nel mio tempo libero o nel mio “tempo sereno”, non voglio avere mille cose nella testa. Da fare, da dire, da vedere. Così riesco anche a spiegarmi e spiegare il momento meno sociale del solito che sto vivendo. Questo mio momento ha un colore più intimo di quelli vissuti finora. Un colore pacifico forse ancora non del tutto, ma pacificato quello si. Soprattutto con me stessa e con il giudizio sbagliato che avevo di me.

Ultimamente sono meno altruista. Mi sento meno in colpa. Quando posso cerco di fare quello che veramente ho voglia di fare e soprattutto di farlo ascoltando ed assecondando i miei tempi. Ultimamente parlo meno, telefono meno, faccio dipendere i miei rapporti sociali dalla mia effettiva voglia e non dal mio impegno nel mantenerli vivi. Osservo, penso e scrivo di più, ho voglia di camminare e cammino. Riesco ad avere molte idee che mi fanno stare bene e sogno moltissimo di notte. Mangio di più e con maggiore gusto ed è come se stessi facendo scorte di cibo, di idee, di momenti e di calore.

Mi viene in mente il passaggio di Picasso dal suo “periodo blu”, dimensione sacra e sentimentale in cui egli guarda in faccia la realtà, la miseria e la sofferenza, oltre che la morte, al “periodo rosa”. Non tanto quello che dal mondo dei poveri e distrutti passa a quello quasi incorporeo dei circensi, ma alle figure isolate e statiche, in genere nudi, fortemente concentrati ed emozionali. Io questo passaggio l’ho percepito sempre come una sorta di salto obbligato e vitale: quello di scrollarsi di dosso il contorno, spesso insostenibile, per riappropriarsi del centro.

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L’atmosfera che si respira in questo periodo è pesante. L’atmosfera che si respira in questo paese è pesante. Porta malinconia, tristezza, voglia di prendersi la testa tra le mani e piangere. Voglia buttar fuori questa nebbia grigia che si inghiotte quotidianamente, questa nebbia che toglie speranza, che offusca le prospettive, che ti toglie l’appetito per il futuro. Vivere nel mio paese adesso è come vivere rinchiusi in un ospedale, uccide le voglie, ammazza l’entusiasmo, stanca, indebolisce anche le gambe più robuste, quelle che si sono allenate anche nei giorni di pioggia e di freddo pungente. Ci si ritrova ad infilare una ad una le giornate, a cercare di trovare il positivo anche dove non c’è, a tentare di pensare ad una cosa alla volta, ma il fatto è che quello che accade intorno accade anche dentro, smuove, sconvolge, combatte. Porta dolore, voglia di urlare, di bloccare la valanga che, se si resta immobili, prima o poi sotterra.

Se si legge, se si ascolta, se si osservano gli altri, decidendo di vivere immerso nella vita vera, col cervello acceso, con gli occhi pronti a raccogliere e riempirsi, allora automaticamente si sceglie di non dormire più sereni, di scoprirsi a sorridere meno. Se si è cresciuti con l’idea che le proprie azioni e scelte possano davvero riuscire ad incidere sulle cose della vita, le delusioni saranno brucianti, le porte da oltrepassare strette, le salite ripide ed infinite. Spesso il solo fatto di camminare si rivelerà tanto faticonoso e penoso che occorrerà raccogliere le forze, silenziosamente. Perchè molti lo capiranno quello che stai facendo, ma la maggior parte no. La maggior parte non sa che fatichi a dormire e se dormi non riposi, non sa che un sognatore che si scontra violentemente con la realtà ha l’immenso dono e insieme la grande sfortuna di sentire più forte degli altri, che un idealista soffre quasi per tutto ma la cosa che lo distrugge è sentire la sua stessa incrollabile fiducia sbriciolarsi pian piano, inesorabilmente.

E così l’officina del guerriero vive giornate difficili. Occorre costruirsi un’armatura più resistente, perchè questa ammaccata sta cadendo a pezzi. Occorre cercare in ogni cassetto il sorriso fiducioso e cucirselo di nuovo sulla faccia, ritrovare quello sguardo capace di vedere lontano oltre il dolore. Ma soprattutto è necessario trovare altri compagni di viaggio che sappiano condividere ed alleggerire un po’ il peso di questo percorso che deve essere continuamente alimentato, nutrito, reso forte, fortissimo, indistruttibile.

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Pur essendo l’invidia un peccato capitale, quel furbone di Dante Alighieri si guardò bene dal collocare gli invidiosi nei raccapriccianti gironi del suo Inferno, decidendo invece di imbattersi in loro, gurada caso, solo nel Purgatorio. L’unica spiegazione è che questo ometto dal cappuccio rosso, il naso adunco e l’ego sterminato fosse ben consapevole di essere uno schifoso invidioso, magari proprio nei confronti di Ciacco o degli sventurati Paolo e Francesca. Anzi, a ben pensarci, questo Dante doveva essere proprio un maledetto iettatore che provava un insano godimento nel rovinare la vita di chi aveva avuto sorte migliore della sua.

Certo, la condizione degli invidiosi nel Purgatorio non può dirsi piacevole: essi sono descritti, se ben ricordo, lividi come pietre e con gli occhi cuciti da fil di ferro. Ma vero è che all’Inferno sarebbe andata certamente molto molto peggio. Allora, senza dubbio alcuno, posso dire che nella mia Divina Commedia, gli invidiosi merdosi avrebbero avuto la sorte peggiore di tutti gli altri peccatori; sarei stata sadica, lo ammetto, ed avrei punito questo vergognoso sentimento in modo esemplare e sanguinoso. Il mio Inferno per gli invidiosi sarebbe stato un Inferno decisamente splatter.

Perchè l’invidia è un sentimento umano, ma è un sentimento orribile. E quando, come a tutti, mi è capitato di provarla, me ne sono vergognata e ho tentato di reprimerla, non di darle voce attraverso la maldicenza, il pettegolezzo, la calunnia, o “semplicemente” mettendo qualcuno in cattiva luce. Questo, forse, perchè ho la fortuna di essere abbastanza felice e soddisfatta della mia vita e di non desiderare molto di più o cose diverse da quelle che già possiedo. Non sono affatto competitiva, non aspiro ad essere la migliore in ogni situazione, ma soprattutto so riconoscere i miei limiti e le mie incapacità e lavorarci sopra per tentare di migliorare. Vorrei per questo mandare un sereno messaggio a due persone di mia conoscenza: BRUTTE NANE, SMETTETELA! Smettetela e tenete bene a mente il fil di ferro di Dante; cercate di guarire dalle vostre meschinità e se non siete abbastanza capaci, o intelligenti o almeno di piacevole aspetto, non prendetevela con chi, invece, queste doti le ha avute in dono dalla nascita o le ha raggiunte e coltivate sapientemente lavorando su se stesso. Un po’ di umiltà, ragazze che non siete più ragazze ma non dimostrate neanche di essere donne, un po’ di serena accettazione di voi stesse e di rispetto per chi dimostra, a differenza di voi, di saper vivere con dignità e bontà d’animo.

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Oggi ho seguito alla televisione uno speciale su un personaggio del quale non avevo mai sentito parlare: Jim Jones, il predicatore statuinitense conosciuto per aver fondato la congregazione religiosa Tempio del popolo (Peoples Temple), aver indotto, il 18 novembre 1978, 911 membri della sua congregazione ad uno spaventoso massacro e suicidio di massa a Jonestown (persero la vita anche bambini e neonati), ed infine aver fatto uccidere nove persone nella vicina pista aerea di atterraggio, tra cui un deputato del Congresso degli Stati Uniti. Dopo aver visto immagini, ascoltato racconti toccanti e impressionanti degli adepti di questa congregazione, molto incuriosita, mi sono messa a fare un po’ di ricerche su internet, trovando articoli interessanti che scavano nella psicologia di quest’uomo e analizzano questo affascinante fenomeno di massa che negli anni ’70 coinvolse migliaia di persone. Le immagini e le testimonianze dei superstiti, tra le quali quelle del figlio di Jones, sono agghiaccianti e il ritratto che pian piano emerge di questo predicatore dagli occhiali scuri ed il carisma di una rockstar, portano a fare mille riflessioni. Un percorso folle che parte da un inizio sano e fortemente rivoluzionario, quello dell’integrazione razziale (Jones si battè molto in questa direzione e adottò anche un bambino di colore e un altro asiatico), della costruzione di una comunità basata sull’amore, il rispetto reciproco, la fratellanza e la condivisione dei beni, di un modo davvero cristiano di vivere. Poi l’avvento della follia, che poggia saldamente su simboli, rituali, culto del capo, divinizzazione dell’uomo; così, rapidamente, quello che doveva essere un paradiso assume le sembianze distorte di un lager, quella libertà diventa schiavitù, il predicatore buono si trasforma nel padre cattivo e vendicativo che prende e impone ciò che vuole, l’esterno incarna ormai soltanto la minaccia creata dalla mente del padre cattivo.

Resto per un bel po’ di fronte al computer a leggere e pensare. Fenomeni come questo mi inquietano ed affascinano al tempo stesso, perchè mi fanno avere una prova tangibile di quanto la mente umana possa essere complessa e sfaccettata, ma anche perchè la follia è qualcosa da cui nessuno può dirsi immune. Mi vengono in mente i motivi per i quali le moderni i totalitarismi vennero anche detti “religioni laiche”, del modo in cui nel corso della storia il potere della persusione  ha mosso la mano dei crimini più abietti, di come un uomo possa farsi ed esser reso dio, di quanto sottile sia il confine tra reltà, immaginazione e pura suggestione quando l’immaginario diventa collettivo e non esiste più spazio e significato per il singolo individuo. Penso alla fragilità umana. E quando faccio queste riflessioni provo grande smarrimento, non so darmi tante risposte, continuo ad essere scettica e anche dubbiosa nei confronti di tanti modi di interpretare e vivere il sentimento religioso. E in cuor mio spero di continuare a coltivare questi dubbi e queste incertezze sul mio stesso concetto di fede, di bene e male, perchè solo al loro riparo credo di poter riuscire a pensare senza chiudere fuori il mondo, senza diventare sorda e cieca, senza la convinzione di conoscere la verità.

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Il Gatto

…qualcosa non ha funzionato se gli oggetti che ho intorno sono una tazza di tisana bollente, un pacchetto di fazzoletti e un barattolo di miele all’eucalipto… Scocciatura dell’essere preda di un raffreddore da record a parte, penso a quanto sia però bello assaporare una giornata diversa dalle altre. Una mattinata di puro ozio che riporta alla mente le rare volte che da bambina vedevo il termometro salire e pensare con gioia di non dover andare a scuola, di poter restare a casa da sola per un’intera mattinata e vedere all tv tutte le sciocchezze che volevo, con il letto impiastricciato di biscotti e matite colorate.

Anche se non fantastico come allora, è bello anche adesso abbandonarsi, sepolti nel piumone, all’annebbiamento che precede la febbre… l’immagine che ben dipinge questa sensazione la rubo al grande Ian Mc Ewan: “Se ne stava sdraiato sotto la mensola del calorifero, con gli occhi socchiusi, dando appena qualche sbadiglio di quando in quando. Erano sbadigli enormi, offensivi. La bocca si spalancava rivelando una bella lingua rosa e quando finalmente tornava a chiudersi, il corpo intero, dal baffo alla punta della coda, era percorso da un fremito pigro: William, il gatto, si preparava a vivere una nuova giornata”. Questa bella descrizione è tratta da uno dei suoi racconti, “Il gatto”, raccolti in un piacevole libriccino che si intitola “L’inventore dei sogni” e che racconta le avventure inquietanti e rocambolesche di Perter Fortune, un bambino che sogna ad occhi aperti per sfuggire alla noia e alla normalità della vita. E per questo va letto e goduto.

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