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Archive for maggio 2009

Senzaparole

pinar.jpg 

Mia cara madre,
sta pe’ trasí Natale,
e a stá luntano cchiù mme sape amaro….
Comme vurría appiccia’ duje o tre biangale…
comme vurría sentí nu zampugnaro!…

A ‘e ninne mieje facitele ‘o presepio
e a tavula mettite ‘o piatto mio…
facite, quann’è ‘a sera d”a Vigilia
comme si ‘mmiez’a vuje stesse pur’io…

E nce ne costa lacreme st’America
a nuje Napulitane…
Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
comm’è amaro stu ppane!

Mia cara madre,
che só, che só ‘e denare?
Pe’ chi se chiagne ‘a Patria, nun só niente!
Mo tengo quacche dollaro, e mme pare
ca nun so’ stato maje tanto pezzente!

Mme sonno tutt”e nnotte ‘a casa mia
e d”e ccriature meje ne sento ‘a voce…
ma a vuje ve sonno comm’a na “Maria”…
cu ‘e spade ‘mpietto, ‘nnanz’o figlio ‘ncroce!

E nce ne costa lacreme st’America
a nuje Napulitane!…
Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
comm’è amaro stu ppane!

Mm’avite scritto
ch’Assuntulella chiamma
chi ll’ha lassata e sta luntana ancora…
Che v’aggi”a dí? Si ‘e figlie vònno ‘a mamma,
facítela turná chella “signora”.

Io no, nun torno…mme ne resto fore
e resto a faticá pe’ tuttuquante.
I’, ch’aggio perzo casa, Patria e onore,
i só carne ‘e maciello: Só emigrante!

E nce ne costa lacreme st’America
a nuje Napulitane!…
Pe’ nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule,
comm’è amaro stu ppane!

Non so se l’ho riportata correttamente in dialetto, ma quanto è bella e quanto fa riflettere.

Ma ieri sera recitata a memoria da Erri De Luca era davvero un’altra cosa. Qualcosa di prezioso. Le parole prendevano corpo e sapore e nostalgia. E il messaggio risuonava tanto forte da trafiggere. E vedevo le carrette del mare e tanti occhi pieni di speranza, quegli occhi che solo qualche anno fa erano i nostri. I nostri che lasciavano l’Italia, la casa, i figli, le madri, una lingua in cui sapevano parlare, farsi capire e conoscere e probabilmente anche spiegare il proprio dolore, la propria fame, il proprio stato di necessità.

Adesso siamo noi a dover accogliere. Che è molto diverso da tollerare. E in un mondo civile quella di accogliere non dovrebbe essere una scelta di natura politica, ma un imperativo soprattutto morale, un atto d’amore e non di tolleranza, non di integrazione, o almeno non di questo processo di integrazione che è concepito ormai in maniera erroneamente univoca (tu arrivi nel mio paese e quindi sei tu a doverti integrare con me).

Un atto d’amore che dovrebbe essere mosso da quella comprensione e dallo spirito di fratellanza di cui parlava Gesù Cristo e del quale tutti si sono dimenticati, la Chiesa per prima.

Erri De Luca parlava di queste gioavani donne violentate alla frontiera che cominciano questo terribile viaggio con i loro bambini nella pancia, quei bambini che nascono su queste navi disperate che vanno cercando asilo, che non sanno ancora ma poi amaramente capiranno. Questi che tutti chiamano CLANDESTINI sono persone. E in quanto tali hanno il sacrosanto diritto di essere accolti, soccorsi, curati, assistiti. Sono donne violentate e stanche. Uomini torturati, da altri uomini o dalla fame e dalla povertà. Sono bambini senza colpa. Bambini.

Allora la responsabilità te la devi prendere per forza. Non hai mica scelta, nè alternativa. E neanche le leggi che stanno facendo in Italia serviranno a sollevare questo paese da questa responsabilità. Perchè gli esseri umani hanno il diritto di spostarsi e sempre lo faranno, perchè questa è la terra di tutti e perchè io credo che al di sopra delle leggi dei singoli stati, soprattutto quando queste sono ignobili e vergognose come quelle italiane, ci sia qualcosa di inviolabile e sacro che è il diritto ad esistere e a difendere la propria esistenza quando questa è minacciata. Non è una questione di punti di vista, di opinioni, di ideologia, di colore politico. E’ qualcosa che vale infinitamente di più, la cosa che conta di più al mondo.

Un bellissimo film di Giordana si intitola “Quando sei nato non puoi più nasconderti”, è doloroso, è vero, è pesante da digerire, impossibile da scordare. Chi non può più nascondersi però non sono solo i CLANDESTINI, impossibilitati a sottrarsi ai controlli, alla paura, alla propria condizione perenne di migranti e di abusivi; lo sono anche i miserabili che non li accolgono, che li respingono, o ancor peggio quelli che lasciano che sia pensando che in fondo in fondo la cosa non li riguardi. Questi miserabili non possono nascondersi dal giudizio della loro coscienza, e se pure una coscienza non ce l’hanno, io spero almeno non possano sottrarsi dal soffrire, per una volta, la condizione di ospiti inattesi (“L’ospite inatteso” è un altro splendido film da vedere) e sgraditi.

Allora, forse, capiranno.

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Surreale Franceschini

igorzk6.jpg Franceschini oggi parla del voto utile (e qui già ci starebbe una sonora risata, no perchè accostare la faccia piena di vigore di Dario il terribile accanto ai termini “voto utile” già suona come una sonora presa per il naso) … In sintesi Franceschini il chierichetto ha la faccia tosta di sostenere che il voto utile sia quello che a giugno dovremmo dare al PD … invece che all’ IDV, che quello invece è un voto inutile … Che io quasi quasi il voto al PD glielo darei per il coraggio di queste affermazioni …

Ma ho deciso che non pretesto, che non m’indigno, che non m’incazzo fino a giugno, se no mi ricoverano d’urgenza al centro di igiene mentale mentre tento, arrampicata sui giganteschi cartelloni, di strappare con i denti quello meraviglioso dell’UDC che punta su un’ altra star nostrana: Roberto Carlino, “Uomo Di Casa”… ma che bel giochino di parole (no perchè ne avrei di altre combinazioni per UDC da associare a Carlino, eh!), e che bella faccia degna della politica!

 Io dico VERGOGNA. E spero che la gente se la dia una svegliata, prima di restarci secca.

Me la faccio piombare davvero la tv, ma mi dovrei anche far piombare le orecchie e la bocca, le prime per non ascoltare più tutte queste cazzate che mi offendono e la seconda per non vomitare loro addosso la mia rabbia e il mio disprezzo. Perchè come si può non essere arrabbiati, inveleniti, frustrati a dover sopravvivere nell’ingranaggio di un sistema che gira sempre peggio, che diventa sempre più pericoloso?!?! Ma voi lo capite il pericolo?! Voi non avete un po’ di paura?!

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Viva L’Italia!

Questo articolo l’ho letto pochi minuti fa sul sito de La Repubblica. Parlano i militari che hanno eseguito l’orine di riportare in Libia i 200 migranti soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. Ho pensato di riportarlo fedelmente sul blog, perchè mi piange davvero il cuore, perchè provo tristezza e rabbia e vergogna di vivere in un paese miserabile.

Perchè per un anno ho avuto un’esperienza di volontariato con i richiedenti asilo e rifugiati, grazie alla quale ho potuto capire un po’ di più cosa possa significare fuggire dalla proria casa, dal proprio paese per salvarsi la vita. Ho potuto parlare con alcune persone appena giunte in Italia per chiedere asilo, guardarle negli occhi, sentire dolore, disperazione, paura e stanchezza, ma a volte anche la speranza di poter ricominciare a vivere dopo aver provato grandissime sofferenze e molto spesso aver subito violenze psicologiche e torture fisiche dalle quali non si può guarire mai.

Non so come si possa tollerare che un Ministro della Repubblica definisca questo “respingimento” un “successo”, non so come si possa accettare che il mio paese calpesti i diritti umani senza provarne almeno vergogna, che gli italiani non sentano che questi diritti violati siano anche i propri e non solo quelli di qualcuno che ha avuto la sfortuna di nascere in un paese più disgraziato del nostro. Questo è un problema anche mio, cazzo. E’ un problema anche mio il fatto che il mio paese rimandi all’inferno quei disperati, è un problema anche mio che non esista pietà, che non esistano il rispetto nè la tutela dei fondamentali diritti della persona. Perchè è di esseri umani che stiamo parlando, prima che di extracomunitari, è di donne incinte, di bambini, di uomini e donne spaventati e malati, stanchi e disperati. Di questo stiamo parlando, Ministro Maroni, e non di un “successo”.

LAMPEDUSA – “È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del “respingimento”. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno”.

Parlano i militari delle motovedette italiane – quella della Guardia di Finanza, la “Gf 106” e quella della Capitaneria di porto, la “Cpp 282” – appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro a riportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. Un “successo”, lo ha definito il ministro Maroni, che finanzieri e marinai delle due motovedette non condividono anche se hanno eseguito quegli ordini. Niente nomi naturalmente, i marinai delle due motovedette rischierebbero quanto meno una punizione se non peggio. Ma molti non nascondono il loro sdegno per quello che hanno vissuto e dovuto fare. “Eravamo impegnati in altre operazioni – dicono fiamme gialle e marinai della capitaneria – poi improvvisamente è arrivato l’ordine di andare a soccorrere quelle tre imbarcazioni, di trasbordarli sulle nostre motovedette e di riportarli in Libia”.

Non è stato facile, a bordo di quelle carrette del mare c’erano donne incinte, tre bambini e tutti gli altri che avevano tentato di raggiungere Lampedusa. “Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti. Quando li abbiamo presi a bordo dai tre barconi ci hanno ringraziato per averli salvati. In quel momento, sapendo che dovevamo respingerli, il cuore mi è diventato piccolo piccolo. Non potevo dirgli che li stavamo portando di nuovo nell’inferno dal quale erano scappatati a rischio della vita”.
A bordo hanno anche pregato Dio ed Allah che li aveva risparmiati dal deserto, dalle torture e dalla difficile navigazione verso Lampedusa. Ma si sbagliavano, Roma aveva deciso che dovevano essere rispediti in Libia. “Nessuno di loro lo aveva capito, ci chiedevano come mai impiegavamo tanto tempo per arrivare a Lampedusa, rispondevamo dicendo bugie, rassicurandoli”.

La bugia non è durata molto, poco prima dell’alba qualcuno ha notato che le luci che vedevano da lontano non erano quelle di Lampedusa ma quelle di Tripoli. Alla fine i marinai italiani sono stati costretti a spiegare: “Non è stato facile dire a tutta quella gente che li avevamo riportati da dove erano partiti. Erano stanchi, avevano navigato con i barconi per cinque giorni, senza cibo e senza acqua. Non hanno avuto la forza di ribellarsi, piangevano, le donne si stringevano i loro figli al petto e dai loro occhi uscivano lacrime di disperazione”.

Lo sbarco a Tripoli è avvenuto poco dopo le sette del mattino: “Vederli scendere ci ha ferito tantissimo. Ci gridavano: “Fratelli italiani aiutateci, non ci abbandonate””. Li hanno dovuti abbandonare, invece, li hanno lasciati al porto di Tripoli dove c’erano i militari libici che li aspettavano. Sulla banchina c’erano anche i volontari delle organizzazioni umanitarie del Cir e dell’Onu, ma non hanno potuto far nulla, si sono limitati a contare quei disperati che a fatica, scendevano dalla passerelle delle motovedette per tornare nell’inferno dal quale erano scappati. Le donne sono state separate dagli uomini e portati in “centri d’accoglienza” vicino Tripoli. Non si sa che fine faranno.
Solo uno è riuscito a sfuggire al rimpatrio. Un ventenne del Mali che aveva intuito cosa stava succedendo a bordo e si era nascosto sotto un telone. Ha messo la testa fuori solo quando la motovedetta della Finanza è attraccata a Lampedusa, ha aspettato che a bordo non ci fosse più nessuno e poi è sceso anche lui. È stato rintracciato mentre passeggiava nelle strade dell’isola ed ha subito confessato. Adesso si trova nel centro della base Loran di Lampedusa. Un miracolato.

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buda.jpg Questo è il bastione dei pescatori, una delle cose che mi sono più piaciute di Budapest. Tre giorni non sono bastati per vedere tutto, ma la città è davvero affascinante e mi piacerebbe tornarci per poterla vedere meglio e con più calma. Che mi è sembrato di poterla sfiorare appena, senza goderla davvero, nè capirla almeno un po’. Le impressioni sono tante e diverse: non posso dire che sia semplicemente bella, perchè forse bella non è l’aggettivo che le accosterei. E’ dolorosa, aperta di ferite, cordiale ma non calda, piena di molto ma non immediata. Secondo me Budapest è come un volto interessante, dai tratti poco comuni ed aspri, difficile da ripercorrere ed imprimere nella memoria, ma dal sorriso dignitoso e gentile che ti invita a guardarla ancora una volta. E ancora.

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