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Archive for aprile 2009

Penso…

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Ieri, gironzolando in una libreria del centro, mi è capitato tra le mani un libro in cui sono raccolte molte delle lettere che la figlia Virginia scrisse al padre, Galileo Galilei, nel periodo in cui questi fu sottoposto ad un lungo processo inquisitoriale. L’ho letto tutto, con curiosità e anche con amarezza. Perchè lo capivo, e bene, e ne comprendevo i riferimenti e conoscevo quei nomi. Perchè ad una parte di me sarebbe piaciuto continuarle a studiare quelle cose, mentre l’altra parte si è dimostrata totalmente inadatta alla carriera universitaria.

Ancora ci penso. E a volte immagino finali diversi per quell’esperienza neanche cominciata e forse già parecchio deformata dalle mie ansie, paure ed insicurezze. Ma forse anche, anzi soprattutto, dal mio rifiuto di essere diversa da me stessa, dalla mia incapacità di essere competitiva e razionale.

Mi sono giocata male un’opportunità che poteva essere interessante.

Non ci ho creduto abbastanza.

Però, a distanza di tempo, capisco che se non l’ho fatto è anche perchè non mi faceva star bene veramente, perchè mi sentivo sotto pressione e confusa. Allora ho mollato, anche se con amarezza, e sotto lo sguardo duro di una persona che lo aveva capito molto prima di me.

Io l’ho capito veramente solo adesso, piano piano, che non ero abbastanza corazzata, nè lucida per decidere e andare avanti con fermezza e convinzione.

E mi dispiace, ma fortunatamente mi rendo conto di non provare rimpianto.

Perchè adesso ho intrapreso una strada del tutto diversa, che forse non sarà quella che sognavo o mi aspettavo, ma di certo mi fa sentire più libera di inciampare e riprovare senza sentirmi male ogni volta.

Che mi fa dormire e svegliarmi meglio, che mi fa stancare ma non abbastanza per smettere di leggere, scrivere e riuscire davvero ad ascoltare quello che mi succede dentro e coltivare sempre i miei dubbi come una ricchezza.

Io adesso mi sento felice e riesco a far pace con questa cosa che non avevo ancora digerito del tutto, che mi era dispiaciuta tanto da farmi piangere abbastanza e che forse mi aveva fatto mettere davvero troppo in discussione il mio valore e le mie capacità.

Adesso ci riesco e mi rendo conto che questo significa tante cose importanti per me.

Significa soprattutto aver imparato ad avere con me stessa un rapporto meno severo e netto, riuscirmi a perdonare un po’ di più per ciò che vorrei ma non riesco a realizzare.

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Waterboarding

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Stamattina, su La Repubblica, ho letto un articolo che mi ha colpita molto e fa riferimento a nuovi documenti resi pubblici dalla commissione intelligence del Senato che coinvolgono pesantemente l’ex segretario di Stato di Bush, Condoleezza Rice. Il titolo, efficace ed agghiacciante, “UN MEMO ACCUSA CONDI RICE: AUTORIZZO’ LE TORTURE DELLA CIA”, mi spinge a leggere e poi a cercare altre informazioni per saperne di più.
Nel luglio 2002, quando era consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice diede il via libera – sia pure solo verbalmente – alla richiesta della CIA di usare il waterboarding contro Abu Zubaydah, uno dei leader di Al Qaeda catturato nel marzo del 2002 in Pakistan. Si tratta della prima decisione conosciuta sull’ok della Casa Bianca a questa tecnica di “interrogatorio brutale”.
Il documento, rilanciato dalla Associated Press, rivela diversi dettagli sui tempi con cui il programma sugli “interrogatori” venne concepito e poi approvato ai livelli più alti della Casa Bianca di Bush; dimostra che Condoleezza Rice ebbe in questa decisione un ruolo molto più importante di quello da lei ammesso l’autunno scorso (in una testimonianza scritta fornita alla commissione armamenti del Senato); rivela anche che opinioni di dissenso da parte di alcuni legali dell’amministrazione vennero rapidamente accantonate.

Le nuove rivelazioni si aggiungono al lungo rapporto della commissione armamenti sui legami diretti tra il programma di “interrogatori brutali” della Cia e gli abusi commessi contro i prigionieri nel carcere di Guantanamo e in quello di Abu Grahib e seguono la pubblicazione dei quattro “memo” che hanno dato il via alle feroci polemiche di questi giorni.

Allora, senza perdermi in commenti facili e probabilmente scontati, faccio leggere anche a voi alcune informazioni che ho raccolto sul waterboarding, che ho scoperto essere una terribile tortura basata sulla simulazione dell’annegamento.

Il waterboarding è una forma di tortura usata per ottenere informazioni, estorcere confessioni e per punizione e intimidazione. Prevede che la persona sia legata ad un’asse inclinata, con i piedi in alto e la testa in basso. Coloro che svolgono l’interrogatorio bloccano le braccia e le gambe alla persona in modo che non possa assolutamente muoversi, e le coprono la faccia. In alcune descrizioni, la persona è imbavagliata e qualche tipo di tessuto ne copre il naso e la bocca; in altre, la faccia è avvolta nel cellophane. A questo punto, colui che svolge l’interrogatorio a più riprese vuota dell’acqua sulla faccia della persona.

Gli effetti fisici di un waterboarding eseguito in maniera approssimativa possono comprendere sofferenza e danno polmonare, danno neurologico causato dalla mancanza di ossigeno e, in alcuni casi, fratture causate delle cinghie utilizzate per immobilizzare la vittima. Gli effetti psicologici possono durare a lungo. Un uso prolungato del waterboarding può portare alla morte.

Il dott. Allen Keller, direttore del Bellevue/N.Y.U. Program for Survivors of Torture, ha trattato un “certo numero di persone” le quali sono state soggette a forme di quasi asfissia, compreso il waterboarding. In un’intervista per The New Yorker afferma, “si tratta sicuramente di tortura. Alcune vittime sono ancora traumatizzate ad anni di distanza. Un paziente non era in grado di fare la doccia ed aveva crisi di panico quando pioveva. La paura di essere uccisi è un’esperienza terrificante. Durante il waterboarding la mente crede di stare per annegare.

Membri della CIA, offertisi volontari per la tecnica del waterboarding, hanno avuto una resistenza media di 14 secondi.

I sostenitori di questa tecnica affermano che sia efficace per ottenere delle informazioni. Gli oppositori ribattono affermando che le informazioni così ottenute non siano affidabili, in quanto una persona sottoposta ad un tale trattamento potrebbe essere disposta ad ammettere qualsiasi cosa.

“La minaccia di morte imminente” è una delle definizioni legali di tortura secondo la legge statunitense. La Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura proibisce l’inflizione intenzionale di intenso dolore o sofferenza. Nel novembre del 2005, fonti anonime dissero all’ABC News che la Central Intelligence Agency statunitense usava il waterboarding, ma non lo giudicava tortura. In ogni caso l’Ispettore Generale della CIA John Helgerwon ha detto che le tecniche “sembrano costituire un crudele e degradante trattamento sotto la convenzione (di Ginevra)”.

La pratica ha raccolto nuova attenzione e notorietà nel settembre 2006 quando altri servizi sostennero che l’amministrazione Bush aveva autorizzato il suo uso negli interrogatori di detenuti della Guerra al Terrorismo statunitense. Il vicepresidente Dick Cheney disse a un intervistatore che lui non riteneva che “un tuffo in acqua” fosse una forma di tortura, ma piuttosto “uno strumento molto importante” per gli interrogatori, incluso quello di Khalid Sheikh Mohammed.

Stando al Senatore Repubblicano degli USA John McCain, che fu torturato come prigioniero di guerra nel Vietnam del Nord, il waterboarding è una “tortura molto intensa” e una “esecuzione simulata”, che può danneggiare la psiche del soggetto “in maniere che non si possono più cancellare”.

In un’intervista all’ABC nell’aprile 2008, Bush ha ammesso esplicitamente che venivano effettuate le “torture” (waterboarding, privazione di sonno, schiaffeggiamenti a mano aperta, …): “Sapevo che il mio team per la sicurezza discuteva di questo e ho approvato”. Anche Condoleezza Rice ha avuto un ruolo decisivo nel dare il via libera alla CIA; questa una sua citazione: “Questa è la vostra creatura: andate avanti”.
La tortura viola l’ articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita

“Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti”.

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Che Stanchezza!

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Giornata pesante e tempo grigiastro. Mal di testa e parecchia stanchezza.

Per fortuna sabato non si lavora…

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Riporto qui sotto un articolo scritto, purtroppo non da me (magari!), ma da un uomo di grande cultura, ironia ed intelligenza che io, come tanti altri, stimo davvero moltissimo. Questo signore, scrittore e non solo, si chiama Moni Ovadia ed il suo articolo è uscito oggi su L’Unità.

IL PICCOLO PADRE DI ARCORE

Jossip Vissarionovich Dzugasvili detto Stalin, come tutti i potenti, i dittatori e i tiranni ha pronunciato frasi memorabili. Una di queste suona così “Un popolo felice non ha bisogno di umorismo”. Se dobbiamo fare fede all’adagio di Karl Marx “La storia si ripete in forma di farsa”, non possiamo fare a meno di constatare che il grande filosofo di Treviri ci ha azzeccato. Il provvedimento censorio e illiberale nei confronti di Vauro Senesi è insieme ridicolo e disgustoso. I piccoli stalinisti, ossequienti ai voleri e ai dispiaceri del “piccolo padre” di Arcore anticipano i suoi desideri e hanno subito espulso dalla Rai il nemico del popolo. Stalin, quando il suo segretario Poskrebishev gli segnalava qualche funzionario, delegato o membro di qualche soviet che creava problemi era solito rispondere “Niet cielovieka niet problem”, se non c’è l’uomo nn ci sono neanche i problemi e si comportava di conseguenza. La grande guida del popolo (della libertà) si esprime in modo in modo analogo: “Se non c’è l’uomo in tv, non ci sono problemi”. Dice che Vauro ha offeso gli abruzzesi con le sue vignette, parla di vergogna e la sua corte di yes men gli fa eco. Parla lui che ha umiliato milioni di italiani con i suoi numeri da guitto di serie Z, con le sue battute volgari e infelici. Accusa Santoro di informazione sbilanciata, lui, che è lo sbilanciamento fatto persona. Non conosce l’abc della satira il cui magistero è quello di far venire il mal di pancia e il far vedere i sorci verdi al potere, non quello di ossequiarlo. Ma cosa può capiredi satira un barzellettiere goffo senza talento che ha meno senso dell’umorismo di una beghina. Lo chiamano statista, c’è da scompisciarsi dalle risate, se fosse uno statista accetterebbe con fair play gli strali del grande Vauro. Già, ma per essere uno statista non basta fare le corna e dare pacche sulle spalle, ci vuole ben altro.

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APPLAUSI

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Il Dubbio

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Strasburgo o no Strasburgo … questo è il problema.

Dedico un post, ma soprattutto un pensiero, alla mia amica bella e in gamba. Sono sicura che ogni decisione prenderai avrai grandi soddisfazioni e naturalmente sempre me a sostenerti e ad essere così fiera di te!

… che ieri sera, attaccato il telefono, mescolavo la zuppa di farro e dicevo … ma che bella soddisfazione, però!

Il dubbio amletico ci sta … ma cavolo, almeno un pizzico di complimenti fatteli fare, amica mia!

E questo mi ha fatto fare dei pensieri.

Il primo è che bisogna credere molto in se stessi.

Il secondo è che, se anche non credi in te stesso, facendolo credere agli altri poi magari va a finire che arrivi a crederci sul serio anche tu. E questo è diretto a me e poi anche un po’ a te.

Perchè noi due spesso è come se non vedessimo i nostri pregi, come se volessimo a tutti i costi nasconderli e nasconderci. E il brutto è che la maggior parte della gente questa cosa la prende non come modestia o semplicemente umiltà, ma come una debolezza sulla quale infierire. Perchè secondo me, per la maggior parte della gente, le debolezze ed insicurezze altrui, finiscono per essere l’unico terreno sul quale riuscire a seminare la sicurezza in se stessi.

Un romanzo che mi ha fatta molto pensare è “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery. Un romanzo intelligente e raffinato, il cui titolo dice molto ed il contenuto, seppur non immediato, fa davvero riflettere. Noi due siamo un po’ come quella portiera costretta a far puzzare le scale di cavolo e minestrone, perchè così deve essere ed è sempre stato. E poi però, in segreto, legge libri di filosofia e possiede un’intelligenza del cuore che va oltre ogni luogo comune ed apparenza; una donna che ha il raro dono di saper comprendere accogliere chiunque, ma davvero molto poco se stessa.

Quella puzza di cavolo e minestrone che impregna le scale determina il suo ruolo, e la confina allo spicchio di mondo che le compete, ma soprattutto quell’odore riesce a rassicurare tutti coloro che non sono in grado di reggere altro, di vedere altro. Lei si limita a rappresentare, anzi a recitare il ruolo che le è stato ritagliato addosso da sempre, un ruolo che non minaccia il prossimo, nè lo costringe a pensare, a mettersi in discussione, o semplicemente a porsi delle domande. Rassicura e basta. E a questo soltanto deve servire.

Ad accorgersi che la realtà è molto diversa da ciò che appare, è solo un uomo discreto e profondo, capace di lasciarsi affascinare dall’eleganza di quel riccio. Un uomo che non è il principe azzurro, ma la parte meno scontata e superficiale della società. E dunque anche quella più sola.

Allora mi viene da pensare che se nella vita si rincorre qualcosa che sappia corrispondere davvero a se stessi, il cammino è faticoso, ma interessante, e vale sempre la pena di essere intrapreso e coltivato. Si inciampa in errori ed in persone poco sensibili e anche un po’ cieche, ma credo che questi siano ostacoli minimi da superare se l’obiettivo è quello di riuscire a realizzare la propria natura senza cederla o corromperla con cose che sono solo di contorno.

Ieri è tornato in libreria il vecchio professore appassionato di araldica. Mi ha detto, strizzando gli occhi, “Io non ho mai creduto in nessun dio, e seppure ci fosse stato, Dio è morto. Perchè è morto il buonsenso e l’amore per il prossimo” e anche che “La dignità è un profumo da non lesionare mai”. Mentre mi parlava appassionato e addolorato come tutti gli esseri sensibili non possono evitare di essere, la gente che passava lo guardava con il sorriso compassionevole di chi pensa “povero pazzo”.

Ma anche sul fatto che il folle sia davvero lui ho forti, fortissimi dubbi.

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Un’Immagine

sedia1.jpg Il Cristo morto sulla sedia elettrica di Paul Fryer fa pensare.

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